Seguiamo una dozzina di organizzazioni del terzo settore, ne conosciamo almeno un’altra ventina e quello che spiazza è osservare la trasversalità della perdita di capacità di dare senso al proprio lavoro anche quando il senso è li a portata di mano. una persona con disabilità, un minore senza famiglia, un bambino che ha bisogno di altri adulti attorno a sè dovrebbero essere sufficientemente visibili come generatori di senso. Eppure no, non è così. Gli educatori sono sempre meno, sempre più stanchi e tirati. Il turnover altissimo.
Tra le tante, crediamo ci siano due dimensioni di cui sarebbe interessante parlare:
Da una parte, come diceva pochi giorni fa Chiara Scardicchio, c’è la moneta del narcisismo come più volte già letto in altri post e condiviso, che fa percepire i colleghi o talmente certi di sé stessi (tanto da faticare a incontrare l’Altro in quanto soggetto autodeterminante) o incerti su tutto (guidare un mezzo con tre utenti sembra una prova difficilissima da affrontare da soli ). L’educazione professionale come tutte le pratiche di cura, si occupa dell’Altro ma necessariamente, mette in gioco anche il sé del professionista. E se sono tanto fragile e così poco curioso da guardarmi e conoscermi, da crescermi pensandomi, posso, riesco ad occuparmi dell’Altro? questo lavoro è possibile?
Dall’altra parte c’è una narrazione inesistente dell’oggetto del lavoro e sociale tanto che la formazione universitaria è distante dalla realtà in cui gli educatori si trovano ad operare, nonostante la ricerca e lo studio stiano producendo saperi particolareggiati, approfonditi. Una formazione al pensiero che rischia di diventare inutile perché eccessivamente scollata rischia di insegnare che il pensare non serve nelle pratiche di cura. Lo sparire della riflessività rende una pratica delicata come l’educazione professionale, un compito come ben dicevano in un post di Tlon di qualche giorno fa. Volendo ci sarebbe da approfondire come stanno evolvendo le strutture lavorative per comprendere che la questione del senso è trasversale a tanti altri lavori: è una questione generazionale su cui, volendo, le organizzazioni e i servizi alla persona hanno un vantaggio rispetto a tanti lavori.
Non apriamo volutamente il capitolo della retribuzione che fa dell’educazione professionale la professione con il divario maggiore tra la formazione necessaria per praticarla e gli stipendi, che in chiave politica, su media e lunga distanza produrrà l’abbassamento vertigginoso della qualità e l’assenza protratta dei professionisti, il motivo per il quale si sta abbassando la richiesta formativa in ingresso nonostante l’innalzamento della complessità da gestire… (no non l’ho neanche aperto il capitolo!)
Cosa ce ne facciamo di tutto ciò?
Crediamo che sia necessario trovarsi e parlarne.
Non solo della mancanza degli educatori ma della necessità di praticare spazi di riflessione. Spazi che debbono essere concepiti come strutturali nei servizi e retribuiti dalle organizzazioni che i servizi li gestiscono. Ideale sarebbero anche spazi fuori dai servizi tra colleghi che promuovano la possibilità di guardare la complessità e di sentirsi dentro un’orizzonte di senso comune: l’aiuto, il sostegno, la cura, l’accompagnamento come forme di un’educazione all’umano che c’è dentro ognuno di noi.
Lac cooperativa sociale Koinè del milanese ha organizzato una campagna comunicativa interessante. Si chiama Specie Rare: immagini di colleghi come animali in via d’estinzione. Un’ottima provocazione, una denuncia pubblica a cui devono seguire pratiche, azioni intenzionali.
Per pensar a pratiche educative come cura degli operatori, oltre a quelle degli utenti, servono menti aperte, curiose che sviluppino pensiero e ricerca su ciò che fanno e su quali risposte possibili dare ai bisogni emergenti. E questi spazi di riflessione si chiamano supervisione e una supervisione che indaghi e sostenga la ricerca di un professionista della cura attorno al senso del proprio intervento, si chiama supervisione pedagogica.
Esiste già, non è fantascienza: serve che diventi pratica diffusa.
ph. L’arte di educare, mail art – opera n.10 Sara Ventura

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