In questi anni si sta mettendo sotto la lente di ingrandimento l’effettivo valore dei servizi che si occupano di persone adulte con disabilità. E’ questo un pensiero, una direzione, che può spaventare chi in questi servizi lavora, come a dire che tutto ciò che quotidianamente si fa non ha valore, o lo perderà a breve. 

Nelle riflessioni che come Associazione Metas stiamo facendo nell’accompagnare lo sviluppo dei servizi educativi, emerge la convinzione che questi ragionamenti siano sacrosanti e legittimi se visti dal punto di vista delle persone con disabilità e delle loro famiglie, perché sacrosanto e legittimo è il diritto di pensare alle vite di cui questi servizi, e il personale educativo che ci lavora, si occupano come vite che vanno oltre le esperienze educative che si possono proporre dalle 9 alle 16, dal lunedì al venerdì. 

Una vita di per sè è molto oltre ed è fatta di diritto all’autodeterminazione, alla scelta, all’avere aspettative, desideri e bisogni personalmente significativi e non eterodeterminati da quelli che, anche non volendolo, rimangono essere i vincoli materiali dei servizi. Siamo quindi in linea con quello che gli ormai consolidati studi sulla Qualità di Vita stanno sostenendo e diffondendo da anni.

Siamo contemporaneamente convinte che non siano di per sè i servizi a non avere più valore e utilità. Quello che deve cambiare, e che può cambiare, è lo sguardo che questi servizi hanno assunto nei decenni e che ora non è più attuale: oggi occuparsi di persone con disabilità (ma a ben guardare anche di altre tipologie di utenza) vuol dire abbandonare il pensiero che le persone, soprattutto adulte, possano e debbano “cambiare”, “migliorare”, perché ognuno ha diritto di essere così com’è. Anche la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità lo asserisce, ormai dal 2006. 

Per gli operatori che operano in questi contesti crediamo sia importante prendersi del tempo per ragionare sul progetto di vita degli utenti in cui si iscrive il progetto individuale di ciascuna persona presa in carico. Un movimento questo che dal macro di una vita si traduca in micro, progettando e agendo pratiche educative che intenzionalmente costruiscano passo dopo passo progettazioni a misura di abilità, capacità, competenze, spinte e orizzonti individuali. Allo stesso tempo, crediamo importante che questo movimento debba muoversi anche in direzione opposta: dal micro delle azioni educative all’evoluzione del progetto di vita di ciascuna persona.

Il lavoro educativo è chiamato a puntare sul cambiare e migliorare gli ambienti di vita che queste persone abitano, così da rendere le loro disabilità e fragilità meno impattanti nelle loro vite per poter favorire l’accesso migliore possibile ad ambiti di partecipazione sociale, adatti all’età anagrafica di ognuno, di poter determinare cioè, al meglio delle proprie possibilità, la propria esistenza.

In questo senso riteniamo che un percorso formativo che tenga insieme lo sguardo che ICF (International Classification of Functioning) propone e quello pedagogico interazionale delle formatrici possa rappresentare una chance evolutiva per servizi, operatori e operatrici.

In merito al Progetto di Vita, che sapere e sguardo possiamo avere per gli utenti dei servizi? Quali sono le direzioni e le coordinate su cui muoversi? 

La responsabilità di trovare direzioni e coordinate è dell’organizzazione ma assumendo un movimento che a partire dal circolare riesca ad uscire, assumendo forme e modalità di intervento a spirale.

“Se l’educare non assume infatti la forma della spirale rischia di prendere quella del cerchio (dove nulla cambia, anche se niente sembra fermo) o della retta (dove il percorso di crescita procede per conto proprio).” L. Cateni, Animazione Sociale 371/2024.

A partire da osservazioni mirate in chiave ICF, costruire progetti personalizzati richiede agli operatori di comprendere il passaggio tra osservazione e azioni a sostegno e supporto alla partecipazione sociale delle PCD da realizzarsi nella quotidianità.

La postura degli educatori passa dunque da quella che organizza e gestisce i laboratori a  quella di essere fattori ambientali di facilitazione perché attraverso le attività messe in campo le PDC possano sperimentare la migliore partecipazione possibile ai propria contesti di vita. Una postura dunque che si fa sempre più intenzionale, che trasforma gesti in azioni educative.


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *